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Maria Bonfantini, Marilena Motta
Dalla crisalide alla farfalla
ed. San Paolo, Cinisello Balsamo 2004, pag. 126, € 7,50

 

ISBN 88-215-5093-1

 


dalla Presentazione di Marisa Callegari

Non è facile scrivere una prefazione sul lutto. Vien voglia di scappare subito in qualcosa di vitale e gioioso, qualcosa che riguarda Eros. Quando mi è stato proposto di mettere giù una pagina su questo libro ho provato paura, timore di ripercorrere la sofferenza dei miei lutti vissuti, di non "essere all'altezza" del compito di fornire una luce al viandante che, proprio per il fatto di aver scelto questo argomento, è probabilmente già immerso nell'oscura dolorosità della perdita. Poi ho iniziato a leggere e il mio sentimento è stato di gratitudine. Passo dopo passo, in modo semplice ed accorto (due qualità molto difficili da mettere insieme), venivano trattati tutti quegli argomenti ai quali, da psicoterapeuta "addetta ai lavori", pensavo da anni ma che "da dentro la relazione" non riuscivo mai a comunicare ai pazienti in modo completo. Leggendo la bella introduzione mi sono accorta di come anch'io, nella mia paura, guardassi in alto e non in basso, preoccupata tutt'al più di indossare o di fornire scarpe adatte per il duro tragitto, raramente scegliendo l'esperienza di andare a piedi nudi e di mostrare l'unicità della propria impronta.
L'evento traumatico di un lutto è quello che appare o sottende più spesso, anche a distanza di anni, la richiesta di aiuto psicoterapeutico. A volte è una specie di potente bomba inesplosa, che rimane silente per anni e poi scoppia all'improvviso, a seguito di un evento di secondaria importanza, seminando attorno distruzione. Appaiono in alcuni individui attacchi di panico, paura di morire in persone giovani e in buona salute che si bloccano e si rinchiudono. Altri si impediscono di trovare compagni di vita adeguati, congelano la propria affettività e si immobilizzano irrigidendosi. Altri ancora cadono in depressioni profonde, da cui è difficile emergere anche con i farmaci. Altri infine si danno per perduti, prima ancora di avere iniziato a lottare. Tutti riportano la fatica di parlare della morte in una società che cura il mito del bello e dell'indistruttibile, si sentono inferiori e sfortunati e spesso, nel momemto della rabbia, se la prendono con un Dio ingiustamente punitivo o indolentemente assente. Nella fatica di superare il trauma si forma, nella mente, attorno alla ferita non ancora guarita, un guardiano, un'ombra con il compito di salvare dall'ulteriore dolore, che richiede attenzioni ed energie, stornate dall'accettazione del cambiamento e dalla realizzazione di progetti, per il mantenimento di un passato impostato sulla coazione a ripetere. Il guardiano è sempre corazzato e custode di tesori, e riuscire a sconfiggere nei sogni, in un lavoro su di sé o spontaneamente, quello che al momento del dolore è stato un degno alleato è un passo importante. L'accesso al tesoro, che racchiude il ricordo dell'avvenimento doloroso, è contemporaneamente anche l'accesso alla ricchezza della vita emozionale e alle nostre capacità creative. Solo dopo aver raggiunto quel momento, possiamo toglierci la corazza difensiva e provare, senza scarpe, a lasciare la nostra impronta sul terreno perché proprio la sua semplicità ne rappresenta la bellezza.

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